L’algoritmo c’è sempre stato e sei sempre stato tu. Anche prima che arrivasse il web.

Hai sempre vissuto in una bolla di “realtà selezionata” perché il vero algoritmo risiede nel tuo sistema cognitivo.

Nella vita di ogni giorno – off line – è infatti normale vedere solo informazioni che confermano il tuo modo di pensare, ma soprattutto è normale che il tuo interesse converga verso quanto già conosci e soprattutto riconosci. Tutto il resto, quanto non riconosci e non ti interessa, diventa rumore di fondo. Pertanto hai sempre vissuto nella tua personale bolla di “realtà selezionata“.

Questo avviene da sempre, da molto prima che inventassero il web e gli algoritmi ad esso legati. Il tuo sistema psichico è fatto così. Ha infatti un suo “algoritmo” che governa la tua percezione delle cose. Le piattaforme non fanno altro che imitare ciò che per natura ognuno di noi è portato a fare attraverso il proprio sistema cognitivo. Gli algoritmi delle piattaforme lo fanno all’inverso, cercando di prevedere cos’è di tuo interesse oppure no, mettendoti a disposizione una realtà già filtrata e su misura per i tuoi interessi.

Non è stato scoperto niente. C’è solo la tecnologia che consente di istruire una “piattaforma” che replica il sistema cognitivo dell’essere umano e si adatta alle aspettative del soggetto con cui entra in relazione.

La realtà selezionata.

Quando cammini per strada ti soffermi a guardare ciò che ti interessa, che hai riconosciuto come coerente ai tuoi interessi. Normalmente ti piace parlare e ascoltare persone che la pensano come te.  Questo perché il tuo sistema psichico ha bisogno di essere rassicurato, cerca certezze e ordine. L’algoritmo delle piattaforme non fa altro che creare realtà fatta su misura per te. Cosa c’è di nuovo? Niente. Niente nella sostanza. Se non che il tuo sistema cognitivo si trova a doversi rapportare con una realtà già selezionata.

Professione copywriter

“Avviene tutto attraverso le parole chiave, ecco cosa cosà c’è di nuovo – si sente spesso affermare – bisogna infatti usare le parole chiave del nostro target per costruire un testo per il web. Questa è la novità. E questo ha cambiato tutto…”. Ma ne siamo proprio sicuri? Per caso negli anni ottanta i copywriter facevano qualcosa di diverso? Non cercavano di usare il linguaggio della propria “audience” per scrivere una “head line” o una “body copy”, tanto per usare un po’ di parole anni Ottanta? Certo che sì. Se non lo avessere fatto non sarebbero stati letti.

L’unica differenza è che se adesso un post non viene letto lo si sa subito e si hanno le metriche di ogni cosa, negli anni Ottanta per avere gli stessi dati dovevi spendere un capitale per ricerche quali/quanti tanto approssimative quanto costose. Sì, perché non si basavano su rilevazioni ma sulle dichiarazioni degli intervistati.
I dati di una campagna erano infatti presentabili in termini di ricordo fino a quando non si doveva rendere noto il dato più importante, quallo relativo al ricordo attinente. Li iniziavano i problemi. Perchè anche delle campagne pià belle ci si ricordava dello spot ma non del prodotto. Già allora nelle Università era infatti emerso e si studiava il problema della perdita di referenzialità delle campagne pubblicitarie. Il pubblico si ricordava lo spot, ma non il prodotto.

Nel web se il “referente” di un messaggio non è attinente al “segno” che ha generato il click si genera un’alta percentuale di rimbalzi.

E’ dunque cambiato qualcosa? No.

Dire qualcosa a qualcuno.

Un copy writer deve riuscire, ora come sempre, a dire qualcosa a qualcuno, e per fare questo la conditio sine qua non è che riesca a farsi ascoltare.

Per dire qualcosa a qualcuno si deve avere “qualcosa” da dire e “qualcuno” a cui dirlo e si deve riuscire a farlo in modo interessante. E’ una banalità? No, è banale dire che nella comunicazione 2.0 la novità è che il contenuto è il re, che bisogna fare engagement, e che bisogna essere contestuali! Wow, quante parole cool!

A proposito di quest’ultimo punto, la relazione tra testo e contesto già l’aveva capita Marshall McLuhan 50 fa. Che bisogna avere qualcosa da dire e che bisogna identificare il target a cui dirlo non si può certo dire che sia una novità.

E le bolle informative?

Stesso dicasi per le bolle informative. Nei primi anni 90 mi capitò una sera a cena di sentire le persone al tavolo con me, chiedersi chi fossero gli elettori di Silvio Berlusconi, dove fossero, chi frequentassero. Ero capitato ad un tavolo di giovani di sinistra, come avrete capito. La sera prima, invece, in un’occasione analoga altri ragazzi si chiedevano chi fossero le persone che ancora votavano a sinistra, per quello che era l’ex PCI… Se lo chiedevano davvero!  E’ ovvio che i due gruppi appartenessero cerchie diverse e si informassero con media diversi. Ogni gruppo era totalmente isolato dall’altro.

La causa è da ricercare ancora nell’algoritmo che governa il nostro sistema cognitivo. Allora come ora. Con l’unica differenza che oggi la selezione te la trovi sul tablet mentre sei seduto nel salotto di casa. Una volta te la facevi per conto tuo in edicola e con le tue cerchie di amicizie “autogestite”.

Anche allora potevi spiare in edicola i titolo delle testate “posizionate” diversamente da quelle che leggevi tu. E la cosa spesso finiva lì. Non andavi oltre nella maggior parte dei casi. La maggior parte delle persone non leggeva altro se non il “proprio giornale” così come non frequentava gente al di fuori della propria “cerchia”. Oggi con le piattaforme avviene la stessa cosa. E’ una cosa nuova? No, nella sostanza è la stessa. C’è “solo” un algorimo che lo fa al posto tuo…

Un giornalista  potrebbe anche sfruttare questo meccanismo per dare un’informazione più completa che mai. Sembra un controsenso? Si, ma in realtà non è così. Ma questa, come dice Carlo Lucarelli, è un’altra storia…
Tom Engelhardt ha scritto che siamo davanti all’ epoca d’oro del giornalismo. Se così fosse varrebbe anche per la comunicazione.

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