Le “fake news” sono una fake news. No, non è una tautologia.

Il fatto che circolino notizie false non è una notizia, perché questo succede da sempre. E’ dei primi anni Novanta la ricerca sui fattoidi, fenomeno editoriale studiato anche negli atenei universitari italiani. Si, i fattoidi, le notizie pubblicate sui giornali dietro le quali non vi è un fatto concreto, degno di diventare notizia, ma un fatto non fatto. Un fatto non fatto che genera una notizia non notizia. Il loro compito è completare il timone dell’impaginato. E gli editori li utilizzano da sempre.

Sappiamo da anni inoltre che i giornalisti non hanno tempo di trovare le notizie e che si affidano a quanto trovano da fonti indirette; indiscrezioni, rumors, azioni di comunicazione organizzate da aziende private. Notizie spinte dagli inserzionisti.

Questo avviene in ogni settore. Tutti temi che si affrontavano nelle università già trent’anni fa, o forse di più. Eppure, oggi salta fuori il fenomeno delle “fake news”. E non emerge sui canali dove queste notizie fasulle presumibilmente hanno iniziato a circolare, ovvero la rete, ma proprio sui canali mainstream, stampa e tv. Quelli che con le bufale – in buona o cattiva fede – hanno riempito la testa di tutti.

I canali mainstream sono gelosi di aver perso l’esclusiva sulle bufale? Molto probabile.

Il web gli ha sempre fatto paura del resto, questo perché non ci sono editori italiani capaci di gestirlo e di coglierne le infinite opportunità.

Il problema vero è la verifica dei fatti, i “fattoidi” non sono meno pericolosi delle fake news,per il diritto all’informazione, lo sono in modo diverso. Ma è dai canali mainstream che questo fenomeno viene alimentato. Spesso generando interi scenari fasulli.

Sono infatti gli editori mainstram ad aver voluto realizzare prodotti giornalistici ed editoriali senza il contributo dei giornalisti ma affidandosi ai content editor cresciuti nel web, pensando così di diventare competitivi nella rete. Peccato che affidarsi ai content editor significa perdere di vista i propri lettori. Si perché il content editor lavora per il proprio committente, mentre il giornalista per il proprio lettore, per il diritto all’informazione di quest’ultimo.

Sembra una sottigliezza? Non lo è, è una differenza abissale.

L’etica del content editor è completamente diversa da quella del giornalista.

E come si sa il mondo del web è popolato da content editor, a decine di migliaia, e se la stampa ufficiale si mette a competer spostandosi sul lori stesso piano ha perso in partenza. Perché non ne ha le risorse e perde l’unico elemento distintivo che i lettori gli riconoscevano, la verifica dei fatti. La posizione etica, appunto.

Inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati denunciando il fenomeno delle fake news come se ne fossero completamente estranei.

Se sostituisci i giornalisti dai content editor significa che sostituisci i lettore con i click. I click per loro natura non sono fedeli, vanno dove li porta l’algoritmo delle piattaforme.

Le stesse piattaforme che, pur non producendo notizie, sono diventati gli “editori” più importanti e forti del mondo, con un monopolio di fatto sui flussi informativi globali.

Una delle ultime scoperte geniali degli editori italiani è stata quella di affidarsi a queste per la ricerca del traffico sulle proprie “notizie” stabilendo di fatto una dipendenza dai motori dai social network. Una dipendenza che si genera sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi. Già, la prima si è generata perché la maggior parte dei click sulle testate giornalistiche on line arriva dai social network, la seconda, altrettanto pericolosa, dal fatto che per avere questi click, la struttura della notizia proposta ha dovuto mutare radicalmente, svuotandosi di profondità e contenuto; diventando di fatto una trappola per clic, funzionale a quello che nel settore è noto come click baiting.

Quali sono i rischi spaventosi di tutto questo?

I giornali perdono la competenze di riportare le notizie e fare informazione. Si portano su livello di un qualunque blog fatto in casa, diventano dipendenti da altri editori globali per l’acquisizione di traffico. Sì, lo chiamo traffico perché non si tratta più di lettori ma di di clickers.

Il giorno in cui le piattaforme chiuderanno il rubinetto di questo traffico gli editori nostrani chiuderanno battente, perché non saranno più in grado di generare informazione di qualità essendosi spogliati delle “costose” competenze giornalistiche interne, vissute come costo appunto e non come risorsa strategica.

Se un quotidiano o una rete televisiva decide di voler vivere di lettori mordi e fuggi, non si deve nemmeno preoccupare di verificare i fatti e i dati che pubblica.

Certo che per verificare i fatti bisogna avere tempo e persone dedicate in redazione e sul campo. Queste persone si chiamano inviati, redattori e capiservizio… una specie in via d’estinzione anche all’interno delle redazioni. Certo è che dal momento in cui l’informazione invece di chiamarla notizia la chiami contenuto è ovvio che un content editor può sostituire un giornalista.

Ma l’etica dei due professionisti è profondamente diversa. Il content editor lavora e risponde a chi gli commissiona il lavoro. Il giornalista lavora e risponde solo al lettore. Ha infatti alle spalle un’ordine professionale che lo tutela, per garantire il diritto all’informazione dei cittadini. Ma questo lo abbiamo già detto e non dobbiamo ripeterci.

Quindi il vero problema è che con il web non si fanno più articolo per informare, ma contenuti per dirottare per qualche secondo il flusso degli utenti su una pagina digitale, cosa che permette all’editore di rivendersi quei contatti. Succedeva anche prima, con la pubblicità sulla carta stampata potrebbe obiettare qualcuno. Vero.

Ma quando si arriva a cambiare il nome al prodotto editoriale significa che ormai la mercificazione dei lettori può essere fatto alla luce del sole, perché ormai nessuno ha più gli strumenti etici per capire che il meccanismo di fiducia tra editore e lettorato è definitivamente saltato.

Il lettore è una risorsa, ma oggi non è più la figura centrale di questa che fino a qualche anno fa si chiamava “industria culturale”, che ormai di culturale non ha più niente e anche di industriale gli è rimasto ben poco. Si, ben poco, perché se anche i grandi quotidiano nazionali mendicano click sulle piattaforme social significa che i progetti strategici scarseggiano.

Non parliamo poi del servizio pubblico, vero tallone d’Achille dell’informazione del nostro Paese. Si , perché come si sa, il pesce inizia a puzzare proprio a partire dalla testa. Una rete nazionale al servizio dei cittadini che risponde al sistema dei partiti, o a quello dei grandi inserzionisti non può certo dirsi “servizio pubblico”

Del resto qualcuno è riuscito a far passare il concetto che lo Stato è un’azienda, degradando quindi per logica i cittadini a risorse umane, dipendenti o esautorati dal “sistema sociale” quando disoccupati.

Perdendo il lavoro, è come se si perdesse anche il diritto di cittadinanza.

Pertanto non ci si deve stupire se i lettori sono diventati dei clic e i giornalisti dei contente editor.

Il sistema sta però mostrando la corda, Facebook toglierà presti la visibilità alle notizie sulla propria piattaforma, e i giornali fatti senza giornalisti resteranno anche senza lettori.

Google perseguendo il proprio specifico interesse di indicizzare solo contenuti che hanno valore per il suo utente escluderà, come già fa, le notizie non notizie dalle proprie SERP. E i giornali dovranno pagare per essere letti e trovare qualche lettore disposto a perdere il proprio tempo sulle pagine di quotidiani ormai incapaci di riportare i fatti.

Tutto questo sta già accadendo…

 

 

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